Consigli di classe: noi e i mattoncini

Nelle vignette di Charles M. Schulz, uomo saggio oltre ogni ragionevole dubbio, la scuola si fa pensiero. L’inventore dei Peanuts affida a Sally, la sorella di Charlie Brown, il dialogo con l’edificio che ospita le classi dove studiano i personaggi della popolare striscia di fumetti. Un dialogo sui generis visto che la bambina, parlando letteralmente al muro, non può ascoltare le considerazioni della scuola elementare. Tuttavia, al netto di una certa incomunicabilità, Sally non manca di far notare tutto il suo disappunto verso l’istituzione. “Non crederti al di sopra delle critiche perché sei una scuola! Al contrario! Io dico che è ora di dare un’occhiata più da vicino a certe beneamate istituzioni!”, appunta indispettita Sally in una serie di balloon apparsa nel 1974. Torna alla carica con nuove raccomandazioni più avanti: “Come scuola dovrai essere preparata a un sacco di critiche… Sarai maledetta e ingiuriata! Sarai falsamente accusata! Sarai anche vandalizzata, saccheggiata e sabotata!”.

La scuola come reagisce? Lagnandosi della propria condizione tanto che, prima di collassare cedendo ad un crollo nervoso dei suoi bei mattoncini rossi, fa in tempo a pensare tra sé e sé: “Che strazio! Il preside si lamenta che non ho abbastanza aule! Gli insegnanti dicono che sono fredda! Il geometra ispettore mi critica sempre! I bidelli mi odiano! Sono veramente depressa. Piangerei, ma non mi va di rigare le finestre!”. In una striscia precedente, prima di diventare macerie, l’edificio che ospita la scuola aveva confidato di avere altri sogni: avrebbe voluto diventare un istituto d’arte, un collegio musicale… Il destino beffardo ha avuto però altri progetti. “Sono una scuola qualunque”, si commisera desolatamente in una giornata grigia senza un raggio di sole e alcun studente nei paraggi.

Peanuts_School

Rileggere la brevissima parabola della scuola elementare frequentata da Charlie Brown e compagni è interessante per puntellare alcune riflessioni – si può partire dall’insoddisfazione di chi frequenta l’edificio scolastico per arrivare alla percezione che questo ha di se stesso – e aprirsi ai più disparati confronti. Del resto, se nel 1974 Schulz dava teneramente spazio ai pensieri della scuola, nel 1979 i Pink Floyd ne distruggevano le fondamenta con Another Brick in the Wall. Nel video che correda le note e le parole del gruppo britannico ci sono insegnanti repressivi, studenti così omologati da finire in un disgustoso tritacarne e atmosfere tanto cupe quanto distopiche. Anche qui la scuola crolla: stavolta non in preda a una crisi depressiva, ma sotto i colpi degli alunni che non accettano l’educazione impartita loro. Una ribellione violenta contro la società suggellata pure dal rogo di un insegnante. Capiamo dunque che “Teachers, leave the kids alone. Hey, Teachers, leave the kids alone!” non era solamente un appello, ma una minaccia. Per fortuna del docente arso in compagnia di libri e banchi, la rivolta è stata solamente immaginata da un allievo che lui stesso aveva sgridato e umiliato durante l’ora di Matematica. Magra consolazione per chi entra in classe ogni giorno con un registro sottobraccio.

Sia nelle strisce sopracitate dei Peanuts che nel video di Another Brick in the Wall la scuola non fa una bella fine. Consigli di classe prova a dare un senso ai mattoncini di un edificio, di un’istituzione, di un’idea che non meritano un epilogo del genere. A scuola si costruisce, o almeno ci si prova. “Al pessimismo dell’intelligenza non possiamo che opporre l’ottimismo della volontà”, diceva Antonio Gramsci, uno che alla formazione e all’educazione prestava molta attenzione. Noi, da studenti a tempo indeterminato quali siamo, abbiamo il dovere morale di non tradire queste parole.

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